Copertina di Fino al bordo

Fino al bordo

Mirko Oliveri

Ci sono ricordi che non dovrebbero appartenerti.

Narrativa contemporanea
320 pagine
25 ottobre 2026


Il romanzo

Andrea si fida dei numeri. Dei ricordi, molto meno.

Vive a Roma, lavora per un'agenzia di ricerca: raccoglie dati sulle persone, controlla, verifica, e ha costruito la propria vita intorno a ciò che può essere dimostrato.

Poi, una mattina in metropolitana, qualcosa incrina quella certezza. Un nome che non dovrebbe conoscere. Aléxios.

Arrivano una spiaggia, il sale sulle labbra, una pressione sotto le costole. Immagini e sensazioni che non appartengono alla sua vita. Potrebbe archiviarle come stanchezza, se intorno a lui non stesse accadendo qualcosa di altrettanto inspiegabile.

Marta sembra ricordare con le mani gesti che non ha mai imparato. Claudio affronta tutto con un'ironia che nasconde più di quanto mostri. Sara pretende un metodo, perché sa quanto sia facile trasformare una suggestione in una certezza.

Quattro colleghi cominciano così a seguire tracce che sembrano appartenere ad altre vite. Lo fanno fra una consegna sbagliata, un pullmino bloccato sotto la pioggia e una lavatrice che non entra in ascensore: ogni coincidenza diventa più difficile da liquidare, e nel frattempo nessuno può permettersi di smettere di vivere.

Finché arrivano abbastanza vicino a una risposta da dover affrontare una domanda diversa: quando bisogna smettere di cercare?

Perché esiste un punto oltre il quale cercare la verità significa cominciare ad aggiungerla.


Le prime pagine

Si alzò, urtò col mignolo la gamba del letto e raggiunse il fornello zoppicando. La moka era pronta dalla sera, il caffè nel filtro, l'acqua sotto la valvola. Mancava soltanto la fiamma. La accese e restò lì in maglietta, una mano sul piano freddo della cucina, finché il primo gorgoglio gli restituì una parte della mattina.

Sul tavolo c'erano la bolletta del gas, il verbale dell'ultima assemblea di condominio e una busta dell'amministratore con il suo nome stampato storto. Ripartizione lavori colonna di scarico. La cifra evidenziata in giallo gli aveva rovinato la domenica e adesso aspettava il lunedì con una pazienza offensiva.

Andrea bevve il primo sorso in piedi. Era troppo caldo. Lo bevve lo stesso.

Aveva dormito poco, a intervalli, senza un sogno che riuscisse a raccontare. Gli restavano addosso il freddo alle gambe e la sensazione di avere corso. In bagno si sfilò la maglietta e aprì l'acqua. La cicatrice sotto la costola destra comparve nello specchio: una riga pallida, lunga quanto l'ultima falange del pollice.

La conosceva da sempre. Appendicite, aveva scritto una volta un medico distratto prima che Andrea gli facesse notare che l'appendice non stava sotto le costole. Sua madre sosteneva che fosse il ricordo di una caduta su una rete metallica quando aveva quattro anni; suo padre ricordava una bicicletta e ne collocava l'incidente due estati dopo. Andrea non ricordava né rete né bicicletta. Solo le due versioni, ripetute abbastanza da sembrare quasi immagini sue.

Passò il dito sul segno. La pelle era liscia e non faceva male.

Alle sette e quarantadue uscì di casa con il caffè ancora in bocca e il computer che gli tirava una spalla. Sul pianerottolo una chiazza scura si allargava vicino al battiscopa.

Un vicino, in pantofole, la sorvegliava con le mani dietro la schiena.

«È tornata,» disse.

«Non se n'era mai andata.»

«Questa è un'opinione.»

Andrea premette il pulsante dell'ascensore. «È bagnato.»

«Vede? Per questo mi piace parlare con lei. Porta i dati.»

L'ascensore si aprì con dentro un odore di detersivo al limone. Il vicino gli mostrò la busta dell'amministratore identica alla sua.

«Ci vogliono mandare in rovina.»

«Prima devono ottenere due preventivi.»

«Ecco, vede? Lei mi tranquillizza sempre a metà.»

Andrea gli tenne la porta. «L'altra metà costa.»

Fuori, San Giovanni si era già messa di traverso. Un furgone scaricava cassette davanti al forno, due scooter occupavano lo stesso spazio con convinzioni incompatibili e l'autobus passò mentre Andrea era ancora al semaforo. Scelse la metro A.

Sulla banchina controllò la posta di lavoro. Diciannove messaggi. Quattro avevano la bandierina rossa; uno, arrivato da Simona alle sei e cinquantotto, diceva soltanto: Appena entri, vieni da me. Il cliente ha anticipato la call.

Andrea rispose Arrivo per le 8:30, poi cancellò il punto esclamativo che il telefono aveva aggiunto. Non c'era niente di cui essere entusiasti.

Il treno arrivò pieno. Riuscì a entrare di lato e rimase vicino alla porta, stretto fra uno zaino rigido e un uomo che portava una borsa da palestra. A Manzoni salirono altre persone. Una ragazza, già dentro, disse «Non c'è spazio» senza rivolgersi a nessuno. Lo spazio venne trovato lo stesso.

A Termini cambiò linea seguendo il flusso verso la B; sotto terra l'aria sapeva di ferro tiepido, profumo dolce e giacche tirate fuori troppo presto dagli armadi.

Andrea provò a riaprire sul telefono il file della previsione. Il giorno prima aveva lasciato girare il modello sui volumi di assistenza di un servizio di mobilità: richieste per fascia oraria, tempi d'attesa, abbandoni, differenze tra sportello, telefono e app. Il cliente voleva sapere quante persone mettere in turno nelle due settimane successive. La risposta onesta era dipende da quanto continuerete a cambiare l'app senza avvertire nessuno. Quella consegnabile stava in tre grafici e una nota metodologica.

Il treno frenò dentro la galleria.

La borsa da palestra gli premette contro il fianco. Dalla zip aperta uscì un odore di asciugamano umido, cuoio e qualcosa di acre.

Andrea sollevò la testa.

Per pochi secondi non ci furono più il vetro nero né la spalla della ragazza davanti a lui.

Sabbia dura sotto i piedi. Freddo alle caviglie.

Sale sulle labbra, benché avesse la bocca chiusa.

Una pressione sotto la costola. Non ancora dolore: il corpo che capiva un istante prima di lui.

Qualcuno gridò, lontano o vicinissimo.

«Aléxios!»

Il vagone ripartì con uno strappo. Andrea afferrò il palo. Il metallo gli scivolò nel palmo; aveva le dita bagnate.

L'uomo con la borsa lo guardò. «Tutto bene?»

«Sì.»

«È bianco.»

«Ho dormito poco.»

La ragazza che aveva negato lo spazio gli cedette dieci centimetri di sedile. Andrea ringraziò e non si sedette. Aveva il cuore veloce e una sensazione salata sulla lingua. Deglutì. Era ancora lì.

Il romanzo continua per 320 pagine.